È stata davvero una notte intensa, di quelle che restano nel cuore prima ancora che nella memoria. Nell’aria si avvertiva tutto: l’ansia per gli esami ormai vicini, la speranza di farcela, il peso delle attese, i sogni custoditi per anni e ora arrivati alla soglia decisiva. Ogni ragazza e ogni ragazzo portava dentro di sé un mondo intero, fatto di paure silenziose, desideri profondi e domande che, alla vigilia della maturità, diventano ancora più vere.
Poi, lentamente, la sera ha cambiato il volto di tutto. La luce del faro, girando su ciascuno come una carezza, sembrava dire che nessuno era solo: illuminava i volti uno alla volta, quasi a raccogliere emozioni, tremori, speranze. E quei volti, inizialmente segnati dalla tensione, cominciavano a distendersi, perché attorno c’erano presenze amiche, compagni di classe, docenti, persone che li hanno accompagnati con pazienza e dedizione, passo dopo passo, giorno dopo giorno, anno dopo anno.
In quel clima così denso di umanità e di attesa, la celebrazione eucaristica ha dato un nome più profondo a ciò che tutti stavano vivendo. La voce dolce e ferma di don Lanfranco, insieme a don Pierluigi, don Matteo, don Roberto e don Silvio, ha guidato i presenti dentro un momento di fede capace di illuminare anche le emozioni più confuse. La vigilia degli esami, così, non è stata soltanto una notte di agitazione, ma anche un tempo di affidamento, di gratitudine e di consegna.
Non è un caso che il simbolo più forte emerso durante la serata sia stato proprio quello della luce. La preghiera dei maturandi insiste su questa immagine con grande delicatezza: in questi anni, i ragazzi hanno ricevuto una luce che forse non sempre hanno saputo riconoscere subito, ma che è rimasta accesa anche nei giorni della fatica, della distrazione e dello scoraggiamento. È la luce di una parola che apre, di un insegnante che insiste, di un genitore che continua a credere, di un amico che non lascia solo.
Molto bello è anche il passaggio in cui la preghiera dà voce alla fragilità nascosta di tanti ragazzi, a quel “peso sulle spalle che non si vede” fatto di insicurezze, di ferite e di stanchezze interiori. In questo senso, la maturità non appare soltanto come un esame scolastico, ma come una vera soglia umana e spirituale, davanti alla quale ciascuno arriva con la propria storia e con il desiderio, spesso silenzioso, di essere sostenuto e rialzato.
Uno dei tratti più toccanti del testo è il ringraziamento rivolto agli insegnanti e alle famiglie, descritti come coloro che hanno acceso una luce e hanno continuato a custodirla anche quando i risultati non si vedevano ancora. L’immagine del faro che illumina il mare senza sapere quali navi stia guidando restituisce con forza il senso più vero dell’educare: accompagnare senza possedere, sostenere senza imporsi, credere nella strada dell’altro anche quando è ancora avvolta dall’incertezza.
Da qui nasce anche il compito affidato ai maturandi: non trattenere per sé la luce ricevuta, ma portarla fuori, farla diventare gesto, responsabilità, attenzione agli altri. La preghiera finale lo esprime con intensità, ricordando che ciò che è stato imparato non appartiene solo a chi lo ha ricevuto, ma è un dono da condividere, una luce da non nascondere, un bene da consegnare a chi verrà dopo.
Il cuore della serata è stato però anche l’intervento di don Lanfranco, che ha ripreso e approfondito il simbolo della luce con parole semplici e forti. L’immagine del faro, descritta come “sentinella dell’infinito”, ha offerto una chiave bellissima per leggere la condizione dei maturandi: sono ragazzi e ragazze che si affacciano a una prova importante, ma che in realtà stanno attraversando una soglia molto più grande, quella del passaggio verso la vita adulta.
Don Lanfranco ha insistito sul fatto che la luce è povera e umile, e proprio per questo è capace di aprire. Non chiude, non imprigiona, non mette all’angolo: illumina e basta. Il faro, da parte sua, non fa rumore, non pretende di imporsi, non usa “cannoni” per farsi notare; resta fermo, paziente, fedele al suo compito, e accompagna la notte fino al mattino. È un’immagine molto bella anche per chi educa, accompagna, guida: la vera forza non è nella pressione, ma nella fedeltà.
Da qui sono nate tre consegne essenziali. La prima è alzarsi, cioè girarsi verso la luce, schierarsi con ciò che è vero e buono. La seconda è custodire ciò che si vede, non lasciarlo scivolare via come se nulla fosse. La terza è guardare lontano, come fa il faro, senza fermarsi all’immediato o alla paura del momento.
In questo orizzonte si inseriscono anche i riferimenti ai cantautori evocati durante l’omelia. Da una parte la tentazione di chi vorrebbe essere “duro” e non pensare al futuro; dall’altra la dolcezza di una presenza che diventa stella e luce quando manca l’orientamento. Il messaggio finale è semplice e forte: prendere Gesù come luce da portare vicino a sé, perché solo una luce vera aiuta a leggere la vita e a schierarsi con essenzialità.
Forse i maturandi ricorderanno molte cose di questa vigilia: i canti, i volti, il faro, il silenzio, la preghiera. Ma soprattutto ricorderanno di essere stati guardati con affetto, accompagnati con discrezione e affidati a una luce più grande delle loro paure. Ed è già molto, forse è l’essenziale, prima di entrare nell’aula di un esame e, ancora di più, nella vita.
Siate un faro, è stato detto. E forse è proprio questa la sintesi più bella: non semplicemente brillare per sé, ma diventare una presenza capace di orientare, consolare e aprire strade. Un faro, e anche un “farò”: farò luce.